Impresa Sociale, associazionismo, volontariato e cooperazione: la ricerca di un rinnovato equilibrio per cogliere opportunità di collaborazione e integrazione
0 commenti 19 settembre 2007

Renato Frisanco – Fondazione Italiana per il Volontariato

1. RECUPERARE LA DISTINZIONE TRA LE DIVERSE IDENTITÀ, FORME
ORGANIZZATIVE E GIURIDICHE DEL TERZO SETTORE

Secondo più studiosi, tra le componenti del Terzo settore si denoterebbe una scarsa tendenza a dislocarsi per ruoli, funzioni e specializzazioni, tutti vogliono fare tutto, si tende a lasciar perdere alcune vocazioni originali, a non identificare bene la propria vocazione specifica e a fare gestione di servizi. Ad es.: una organizzazione di volontariato può fare bene tutte e 4 le funzioni attribuibili al terzo settore? (di advocacy, di sperimentazione di nuovi servizi, di erogazione di servizi, distributiva) Le Fondazioni bancarie oltre alla funzione redistributiva devono anche fare produzione diretta di servizi, esercizio di attività imprenditoriale? Vi sono associazioni di promozione sociale che hanno creato un gruppo di volontariato magari insieme ad una cooperativa sociale per stare dentro varie opportunità, godere di più benefici e quindi differenziare le attività e/o garantirsi maggiore flessibilità nell’uso delle risorse umane e finanziarie.
All’opposto vi è la tendenza a forzare le forme organizzative per mettere dentro tutte le attività. Per cui se vi è un unico registro, quello del volontariato, molte organizzazioni pur di essere riconosciute forzano lo statuto per potersi iscrivere.
Sappiamo che almeno il 15% delle OdV iscritte ai registri del volontariato e che molte associazioni impegnate nel sociale potrebbero assumere la forma giuridica di impresa sociale, perché di fatto sono molto più vicine a questa. Le OdV che oggi debordano dai confini della L. 266, per il peso predominante della dimensione economica e lavorativa, andrebbero aiutate ad entrare in quelli dell’impresa sociale, senza che per questo perdano la strutturazione di base volontaristica. La qualificazione in senso aziendale e quindi il passaggio da OdV a impresa sociale non è né l’evoluzione naturale del volontariato né un male per il terzo settore, anzi va nella direzione del suo complessivo sviluppo.

Dall’osservatorio FIVOL sul volontariato si colgono negli ultimi anni due fenomeni tutt’altro che marginali:
a) la scarsa distinzione tra organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale per cui la stessa organizzazione può essere una APS a livello nazionale e una OdV a livello territoriale, oppure troviamo opzioni di campo diverse tra le stesse unità che operano sul territorio di regioni diverse. Il volontariato per altro rivela caratteristiche assimilabili a quelle di un’associazione di promozione sociale sia per l’oggetto sociale (ruolo promozionale/partecipativo in molti settori della vita sociale) che per la natura associativa (la maggioranza delle organizzazioni operano sia vantaggio dei propri aderenti che dei non aderenti (52,7%) in quanto sono spesso espressione diretta dell’impegno di gruppi o di categorie di cittadini che operano anche ai fini dell’autotutela. Nella dimensione associativa di queste unità le figure di “socio” e “beneficiario” tendono a sovrapporsi e ad integrarsi.
Anche la recente legge sulle APS (383/2000), assimilando sostanzialmente le due diverse componenti del terzo settore, ha determinato ulteriore confusione.
Alcuni quesiti da porre: cosa distingue realmente una OdV da una APS? Quale è il paradigma della loro azione? (l’«interesse generale» per la prima, ovvero il fatto di occuparsi prevalentemente di terzi o di beni comuni, e l’«utilità sociale» per la seconda, per il prevalente interesse pro-soci con la possibilità di remunerazione per essi). Quali sono le specificità di una OdV e di una APS rispetto ai valori, nonché al ruolo e alla funzione sociale?

b) la deriva professionalizzante e l’evoluzione in senso aziendale di una componente non trascurabile di organizzazioni di volontariato iscritte o non, ai registri regionali, che la avvicina alla forma organizzativa dell’impresa sociale.
Già nella rilevazione FIVOL 1997 si notava una tendenza al passaggio di modello, da un volontariato fortemente centrato sull’impegno intensivo dei volontari in condizione di scarsa disponibilità finanziaria, ad un modello che vede un impegno umano più limitato e una maggior capacità di spesa e di finanziamento pubblico. Non poche organizzazioni devono oggi operare una scelta facendo leva su una crescita basata o sul lavoro dei volontari o sui contributi economici, sempre più considerevoli, messi a disposizione dagli enti pubblici “regolatori” dei servizi, così come da altri soggetti provati (fondazioni e imprese) e tali da professionalizzare sempre più le OdV, soprattutto se entrano in un rapporto di convenzione.
La tendenza ad un “cambio di passo” riguarda le organizzazioni più strutturate e in grado di gestire servizi importanti o in esclusiva, capaci di evolvere e di differenziare le attività con l’accesso privilegiato ai bandi per progetti e di entrare in un rapporto fiduciario con enti pubblici ed erogatori privati.
Alcuni quesiti da porre: E’ reale la tendenza nel NON PROFIT alla commistione e confusione dei ruoli? Il fenomeno della deriva “professionalizzante” e aziendalistica di una OdV è semplicemente degenerativo dei valori e della funzione del volontariato o è fisiologico e naturale in una visione evolutiva e non parcellizzata del terzo settore? Quali sono le ragioni che inducono una OdV a crescere al punto da poter transitare verso l’impresa sociale? Sono tutte virtuose o vi è una dinamica patologica (isomorfismo?) o un movente opportunistico fin dall’origine dell’organizzazione?
In mancanza del passaggio da una forma organizzativa all’altra quali sono i problemi interni che accusa una OdV?
Quale possono essere le soluzioni che si prospettano ad una OdV che vuole uscire da una situazione di ambiguità sul piano identitario?

2. VOLONTARIATO E TERZO SETTORE

Vi è chi afferma che il volontariato non debba essere considerato una componente del terzo settore. L’incompatibilità di convivenza discenderebbe soprattutto dal fatto che è l’unica realtà che non può in alcun modo remunerare i propri aderenti.
L’ipotesi ventilata qualche tempo fa di un testo unico del Terzo settore viene osteggiata dal volontariato proprio per il timore di uno schiacciamento di spazio e di uno snaturamento di identità del volontariato.
Tuttavia l’opinione oggi prevalente nel mondo del volontariato è quella di non dissociarsi dal terzo settore (e quindi in termini di rappresentatività politico-istituzionale dal Forum del Terzo Settore) pena l’indebolimento di tutto il settore.
Il Volontariato lungi dall’uscire dal Terzo settore dovrebbe forse oggi assumere ancor più la responsabilità di non abbandonare, ad esempio, il campo delle cooperative sociali sia di tipo A (di servizio) che di tipo B (per l’inserimento lavorativo di quote deboli del mercato del lavoro). La sua presenza è necessaria non per ridurre i costi, ma per alimentare i valori da cui le cooperative sociali sono nate. Se vengono a mancare questi valori anche il non profit rischia di appiattirsi sul profit, con forte perdita dei valori ideali1. Ciò richiede al volontariato di rafforzare la sua identità di servizio gratuito e una costante formazione e quindi tale sinergia è salutare anche per esso.
Non possiamo però nascondere che è in auge la cultura dell’impresa sociale, dell’economia sociale, di una spiccata dimensione economico-aziendale e si guarda al non profit con l’ottica dello sviluppo di nuove opportunità occupazionali in settori, quelli dei servizi alla persona e alla comunità, sempre più richiesti in una società che invecchia e che al tempo stesso presenta bisogni diffusi di benessere e di qualità della vita.
I quesiti sono:
Il volontariato deve uscire dal Terzo settore? Perché “Sì” e perché “No”
E’ necessaria una legge quadro sul Terzo settore o è meglio continuare con una normativa a “canne d’organo” di tipo identitario per ciascuna forma organizzativa?
Quali sono oggi le sfide che il terzo settore ha di fronte per non perdere di vista la sua specificità e rilevanza come soggetto necessario allo sviluppo sociale e delle comunità?

3. QUALI MODELLI DI INTERAZIONE NEL TERZO SETTORE?

Lungi dal realizzare una panoramica esaustiva di tali modelli proverò ad elencarne qualche tipo, sulla base dei primi riscontri empirici o delle conoscenze disponibili:

Modello della valorizzazione reciproca
E’ il modello che fa riferimento alla capacità di una realtà del terzo settore di accettare, rispettare e valorizzare le altre attive e contigue sul proprio territorio. Si basa su una trama di collegamenti, sinergie operative, sul progettare insieme attività e servizi e/o di realizzarli in termini operativi-gestionali, definendo responsabilità e compiti, fino al punto di arrivo di una vera e propria partnership. L’interazione può avere anche una ricaduta importante nella condivisa definizione dei criteri con cui vengono scelte le rappresentanze in grado di partecipare ai tavoli decisionali delle politiche sociali territoriali.
Un esempio di virtuosa collaborazione è quella che si determina allorquando una cooperativa sociale o un’associazione investe sulla risorsa dei volontari in modo non strumentale, ma per qualificare i servizi e non perdere di vista l’aspetto relazionale mixando gratuità e prestazioni professionali.
In questo modello ogni tipo organizzativo svolge una specifica funzione che si integra con quella degli altri e, in coerenza con il principio di sussidiarietà applicato al Terzo settore, dovrebbe facilitare un giusto equilibrio nell’apporto fornito dai diversi tipi di organizzazioni: da chi denuncia, propone, rileva i problemi e organizza i cittadini (volontariato), a chi promuove la partecipazione a cominciare dai soggetti “deboli” (associazionismo di promozione sociale), a chi gestisce i servizi più strutturati (cooperative sociali), a chi finanzia esperienze innovative ed emulative e redistribuisce le risorse (fondazioni). Ad esempio, una migliore attribuzione di ruoli e funzioni, più congeniale alla specifica vocazione di ciascuna realtà di terzo settore, consentirebbe al volontariato di non fare quello che potrebbero fare meglio altri soggetti, evitando di essere sostitutivo di altre forze del terzo settore così come in passato lo era delle istituzioni.

Modello della gestione competitiva dei servizi
Le diverse realtà del terzo settore, pur non rinunciando al proprium identitario, si mettono sullo stesso piano in quanto soggetti gestori di servizi e quindi competono tra di loro sul mercato sociale. Per una OdV ciò può significare che per sostenere tale ruolo si accetti dei compromessi rispetto al principio della gratuità, o con la concessione di rimborsi forfetari non documentati ai ‘volontari’ o annoverando operatori remunerati che garantiscono l’effettiva capacità di sostenere convenzioni e servizi. In questo modello è evidente il rischio di sovrapposizione tra le diverse realtà del Terzo settore rispetto ad una funzione che può essere svolta meglio da chi ha un profilo di impresa sociale. Tale rischio è elevato quando il volontariato si istituzionalizza, accetta una delega di gestione perdendo di vista le sue vere prerogative, ovvero si fa “pubblico” invece che rivestire una funzione pubblica. In passato ciò è stato alimentato dalle stesse Amministrazioni pubbliche con le gare di appalto al massimo ribasso dei costi in quanto trovano maggiore convenienza a convenzionarsi con una OdV o con una associazione piuttosto che con una cooperativa sociale per i minori costi avanzati dalle prime. Oggi il rischio di mettere OdV, APS e cooperative sociali sullo stesso piano si può determinare attraverso il sistema dell’accreditamento gestito dal Pubblico tramite i titoli di servizio (voucher) a disposizione dei cittadini.

Modello della separatezza
E’ tipico di una organizzazione di Terzo settore che, operando nello stesso campo di attività di unità omologhe o di diversa veste organizzativa, agisce in modo isolato, perseguendo interessi specifici e perdendo di vista una visione generale e complessiva del “bene comune” che persegue (diritto, salute, benessere, qualità della vita dei cittadini…). In tal modo cooperative e associazioni finiscono per operare in un mercato chiuso, in modo autoreferenziale, con un rapporto diretto ed esclusivo con la committenza pubblica da cui dipendono finanziariamente divenendone esecutori strumentali.
In una logica opposta opera invece la “strategia delle connessioni”, auspicabilmente incentivata dalle stesse Amministrazioni pubbliche (e non solo) nei bandi e nelle convenzioni, fattore che eleverebbe le potenzialità e la qualità degli interventi ed eliminerebbe sovrapposizioni e spreco di risorse. In tale logica, ad esempio, mentre una cooperativa gestisce uno specifico servizio, in modo strutturato, continuativo e professionale, una associazione di promozione sociale e una OdV potrebbero, a monte, organizzare la partecipazione dei cittadini interessati a quel servizio, identificare i bisogni e svolgere un’azione di pressione nei confronti delle istituzioni perché se ne facciano carico e, a valle, agire per la valutazione dell’efficacia delle risposte ai bisogni. Al tempo stesso, potrebbero informare e sensibilizzare l’opinione pubblica. Insieme le tre diverse organizzazioni sono in grado di essere interlocutori attendibili e uniti ai vari tavoli di concertazione, progettazione e valutazione delle politiche sociali.

1 Dall’indagine di Borzaga su ‘Capitale umano e qualità del lavoro nei servizi sociali’ del 1999 (Roma, FIVOL 2000) risultava che proprio nelle organizzazione in cui si concentra maggiormente questa risorsa vi è una rappresentazione della stessa più positiva, in termini di: sostegno all’innovazione, fattore motivante per i lavoratori remunerati, collegamento con gli utenti e la comunità locale. Il fenomeno non ha invece una specifica rilevanza sul piano economico, sia nel senso di contribuire alla creazione di nuovi posti di lavoro, sia in quello di sottrarre posti di lavoro remunerati. E’ piuttosto generalizzato il consenso sul fatto che il volontario produce un contributo di valore aggiunto e non sostitutivo di altri profili professionali.

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