Impresa sociale, associazionismo, volontariato e cooperazione – sintesi
0 commenti 28 settembre 2007

Coordina: Renato Frisanco – Fondazione Italiana per il Volontariato
Associazionismo, volontariato e cooperazione sono concetti ben identificabili, mentre il concetto di impresa sociale è più astratto.
Negli ultimi venti anni il settore non profit ha dimostrato un certo dinamismo ed oggi è necessario da un lato riconoscere e distinguere i ruoli e le forme giuridiche dei vari soggetti che ne fanno parte per evitare sovrapposizioni e permettere a ciascuno di mantenere la propria vocazione. Dall’altro lato tali soggetti devono creare un sistema integrato di servizi e risposte che operi tenendo in considerazione e realizzando:
– la visione del volontariato
– la strategia delle connessioni nella quale tutti portano il proprio contributo testimoniando la complementarietà del terzo settore.
Sappiamo che per quanto riguarda il volontariato vi è la tendenza a forzare i propri statuti per iscriversi ai registri di volontariato e che ci sono delle OdV che sono composite. Almeno il 15% delle OdV iscritto ai registri di volontariato potrebbe, fin da oggi, iscriversi ai registri delle imprese sociali, perché di fatto sono molto più vicine a queste che alle OdV. Si osserva oggi la tendenza del volontariato a qualificarsi in senso aziendale e ad avvicinarsi quindi ai confini dell’impresa sociale. Tali Odv andrebbero aiutate nella realizzazione del passaggio da OdV ad impresa sociale. L’evoluzione delle OdV in senso aziendale, pur non essendo naturale, non è un male per il terzo settore ma ne favorisce lo sviluppo.
Negli ultimi anni l’osservatorio FIVOL sul volontariato ha colto due fenomeni significativi:
1) c’è molta confusione tra organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale che ci porta a chiederci quali siano le loro specificità e i loro paradigmi di azione.
2) le OdV hanno una deriva professionalizzante ed un’evoluzione in senso”aziendale” che le avvicina alle imprese sociali. Il passaggio da un modello maggiormente centrato sull’impegno dei volontari con scarsa disponibilità finanziaria ad uno caratterizzato da una maggiore professionalizzazione e capacità di spesa (soprattutto grazie ai finanziamenti pubblici) veniva rilevato già nel 1997 dalla rilevazione FIVOL.
La professionalizzazione è indotta da alcuni fenomeni:
– l’alto turn-over dei volontari ( le OdV invecchiano e faticano a reperire i volontari ed acquisire risorse):
– le OdV più strutturate che differenziano i propri interventi devono rafforzare la loro competenza professionale. Ciò porta al rischio di perdere una delle caratteristiche principali delle OdV, cioè la gratuità. Tra tutte le OdV iscritte ai registri, il 25% presenta queste caratteristiche e si posiziona al di fuori dei confini della L.266.

Queste riflessioni pongono alcuni quesiti:
Ci sono delle reali tendenze alla commistione e confusione dei ruoli nel terzo settore?
Come si definisce il fenomeno della deriva professionalizzante ed aziendalistica di una OdV?
Quali sono gli aspetti critici di una OdV nel passaggio ad una organizzazione in senso aziendalistico?
Quali sono i problemi d’identità per quelle OdV che vogliono collocarsi in modo chiaro nel terzo settore?
Altri quesiti emergono riflettendo sul posizionamento del volontariato nel terzo settore.
Le OdV fanno parte del Terzo Settore o di un settore a parte, il quarto? Per i più fa parte del terzo e l’opinione prevalente è quella di non dissociarsi e anzi di rafforzare la sua identità d servizio gratuito e creare e coltivare la sinergia con gli altri soggetti del terzo settore (come le cooperative).

Infine, riflettiamo sui possibili modelli di interazione nel terzo settore.
Modello della valorizzazione reciproca
Partendo da una considerazione circa le potenzialità innovative dei vari soggetti del terzo settore ci chiediamo: cosa vuol dire oggi fare innovazione, sia di prodotto che di processo? Quali sono i soggetti adatti a produrre innovazione nel sociale? Le cooperative faticano a produrre innovazione. Le fondazioni la facilitano e forniscono gli strumenti per realizzarla. Il volontariato potrebbe essere il portatore di sperimentazioni per la sua capacità di essere vicino ai bisogni e la sua funzione promozionale. Il volontariato, anche dentro una cooperativa sociale, ha una funzione importante di coinvolgimento degli utenti e stimolo alla partecipazione al welfare. La diminuzione del volontariato all’interno delle cooperative rappresenta un campanello d’allarme in termini di capacità di mantenere alta l’idealità dell’organizzazione.
Alla luce di queste osservazioni emerge la necessità di un rapporto di reciprocità tra impresa sociale e volontariato che dovrebbero promuoversi a vicenda attraverso diversi livelli di collaborazione per realizzare un giusto equilibrio tra i vari soggetti della rete sociale.

Modello della gestione competitiva dei servizi
Questo modello è quello che prevede che i diversi soggetti del terzo settore si mettano sullo stesso piano e competano tra di loro sul mercato sociale (per esempio attraverso le gare di appalto, che negli anni 80 e 90 erano gare al massimo ribasso). Oggi, il rischio che le OdV, le APS e le cooperative sociali si sovrappongano e competano tra di loro per la realizzazione dei servizi può essere favorito dai voucher a disposizione dei cittadini. Il volontariato trova la sua ragion d’essere non solo nel “saper fare” ma nella sua ragion d’essere e nel veicolare valori.

Modello della separatezza
Tale modello si realizza quando un’organizzazione del Terzo Settore agisce in modo isolato ed autoreferenziale ed è orientata al “fare” (eseguire prescrizioni che provengono dall’apparato pubblico) più che all’agire.
All’opposto si dovrebbe utilizzare la “strategia delle connessioni” nella quale il volontariato, insieme agli altri soggetti del terzo settore, dovrebbe individuare i bisogni, fare pressione nei confronti delle istituzioni pubbliche (informandola e sensibilizzandola) perché se ne facciano carico e valutare la risposta ai bisogni.

Modello della gemmazione
Si realizza quando le organizzazioni del Terzo Settore durante il loro processo di crescita riescono a moltiplicare le risposte e ad organizzare gli utenti. Anche se inizialmente tale modello appare autartico, porta, in un secondo momento, alla differenziazione delle realtà del terzo settore.

Andrea Bernardoni – Legacoop
Parole chiave: identità, democrazia, partecipazione, territori, reti.
Concetti: mercati, risorse.
Ragionando su queste parole chiave e concetti si possono identificare i confini dell’impresa sociale, distinguendo i settori che vi rientrano nell’impresa sociale da quelli che invece ne restano al di fuori. Il D. Lgs155/06 ha modificato il modo di vedere la cooperazione sociale. Il decreto permette l’adozione di qualsiasi forma giuridica per esercitare l’impresa in forma sociale. L’impresa sociale è trasversale e bisogna quindi parlare di imprese sociali che hanno forme diverse, per esempio quella cooperativa. È importante ricordare che una delle caratteristiche fondamentali che devono avere le imprese sociali è quella della “governance democratica”. Tale elemento ha condizionato, in positivo e in negativo, l’evoluzione della cooperazione sociale ed è diventato un requisito imprescindibile per valutare la forma delle cooperative. La centralità della persona nei processi di governance assimila associazioni, volontariato e cooperazione ma li differenzia dalle altre forme giuridiche (come per esempio le s.r.l. e le s.p.a.) che pure possono essere adottate da un’impresa sociale.

Identità. In base ad una ricerca condotta da Legacoop sul ruolo dell’identità nella cooperazione sociale emerge che solo il 4% del campione indagato (circa 200 cooperative) riconosce come elemento identitario il lavoro volontario, mentre per la restante parte del campione l’identità dell’organizzazione è più centrata a livello imprenditoriale, mutualistico e di centralità dell’utente.

Risorse. Le risorse utilizzate e prodotte dal Terzo Settore sono risorse economiche e non economiche. Le risorse economiche sono rappresentate dal capitale acquistato, per esempio dai soci di una cooperativa, attraverso l’apporto del loro lavoro. Le risorse non economiche sono invece costituite dalla quota di lavoro volontario e dal capitale reputazionale fiduciario (capacità di produrre capitale sociale). L’elemento reputazionale accomuna associazionismo, volontariato e cooperazione che, a differenza di altre organizzazioni (per esempio le s.p.a), possono accumulare e spendere capitale sociale. L’estensione della qualifica di impresa sociale ad organizzazioni non appartenenti al terzo settore potrebbe essere problematica per le ripercussioni negative, sull’intero Terzo Settore, degli scandali (per esempio di tipo finanziario) che potrebbero verificarsi in organizzazioni di questo tipo.

Mercati. Nel corso degli ultimi 15 anni i mercati si sono ampliati, sono diventati più competitivi e si sono specializzati. In un contesto di scarsezza di risorse le pubbliche amministrazioni sono indotte a ridurre i costi e a chiedere alle imprese sociali di produrre gli stessi servizi risparmiando. Si accresce così la concorrenza tra i vari soggetti sul territorio nazionale.
Occorre quindi modificare le politiche pubbliche non solo in termini di ripartizione delle risorse, ma in termini di modalità di distribuzione delle stesse per rispondere al meglio alla domanda del servizio di welfare.

Quali possono essere i nuovi percorsi evolutivi in virtù del nuovo quadro normativo?
Virtù e partecipazione: prendendo come riferimento il decreto, dobbiamo capire quali possono essere i diversi modi per far emergere democrazia nelle organizzazioni. La partecipazione degli stakeholder al governo delle cooperative sociali, che si realizza prevalentemente nelle realtà medio piccole, spesso è faticosa soprattutto perché viene percepita come un impegno gravoso. Tuttavia, con il decreto 155/06 il tema della partecipazione, nel territorio dei servizi, si arricchisce di spunti.

Reti: occorre creare una sinergia tra le reti sociali e quelle economiche, pur mantenendo distinte le delicate questioni identitarie. Come abbiamo osservato nelle cooperativa sociali la scarsa appartenenza identitaria e la scarsa riconoscenza dell’aspetto del volontariato può rendere difficoltosa la creazione di tali sinergie.

Silvano Silvotti – ARCI
Occorre considerare il terzo settore e l’impresa sociale in modo dinamico per capire i rapporti con il soggetto pubblico e con la società.
Il concetto di impresa sociale si presta a diverse interpretazioni. Quando si parla di “impresa” sociale ci si riferisce al concetto di impresa il cui significato si nel codice civile ed è legato al profitto. Anche il termine “sociale”, accanto a quello di impresa, suggerisce diverse interpretazioni. Può indicare uno specifico ambito di intervento, oppure il modo in cui fare impresa.
Tuttavia, non è chiaro cosa significhi fare impresa “in modo sociale”. Può indicare la riproduzione di socialità, cioè di relazioni che innescano altre relazioni e stimolano la capacità dell’individuo di rispondere ai bisogni ed alle necessità del contesto.
Per poter interpretare in modo sociale l’attività d’impresa è necessario considerare due elementi importanti: la centralità dell’aspetto economico e l’abilità di saperlo utilizzare per fini di pubblica utilità e di utilità sociale. Nel passato le persone hanno avviato processi di accumulazione di beni per raggiungere dei fini di pubblica utilità. È ciò che ha fatto nascere le prime società di mutuo soccorso. Questo processo di accumulazione portava con se un aspetto relativo all’abilità nell’attività gestionale e produttiva, ma non solo. Infatti, Erano l’aspetto relazionale e la fiducia tra le persone che davano l’avvio al processo di accumulazione. Nel passato le OdV e le cooperative sociali fondavano la propria capacità di sviluppo sul loro patrimonio relazionale sfruttandone la spinta e l’empowerment.
Oggi manca la parte sociale del patrimonio, la fiducia. Occorre collocare una parte importante dell’impresa sociale nelle radici delle nostre origini. L’obiettivo odierno è riportare l’attenzione sul rapporto tra i fattori economici e finanziari e il capitale sociale. È la capacità di moltiplicare le relazioni che permette di sostenere l’attività sociale e di ottenere dei sistemi di moltiplicazione delle risorse nel lungo periodo. Solo in questo modo si matura la capacità di distinguere gli esiti dai risultati, si potenziano le capacità di ciascun soggetto nel valorizzare l’elemento capitale sociale e quello gestionale economico-finanziario.

Marco Granelli – CSV.Net
Oggi c’è un’identità comune nel Terzo Settore che va rafforzata. Tale identità ha numerose sfaccettature e deve rispondere e molti quesiti. Come si colloca il volontariato in questo sistema identitario e dove colloca le proprie radici?
Il volontariato deva ridefinire le sue ragioni di presenza nel terzo settore e quelli che sono i suoi aspetti specificaci all’interno di tale contesto. Nel contesto odierno di il volontariato deve ribadire i concetti di gratuità e di sussidiarietà.
È importante capire la funzione della gratuità identificandola con una dimensione di senso, rappresentandola ed esplicitandola al meglio nei progetti e cercando di darle una dimensione di senso e di significato. Occorre spiegare qual’è il valore aggiunto apportato dal volontario in termini di risposta a un bisogno (in termini di relazione, appartenenza). Bisogna quindi creare degli strumenti per capire quali sono gli effetti che la grauità produce.
Passiamo ora al concetto di sussidiarietà. Quando si dichiara di operare “per fini solidaristici” vuol dire impegnarsi per andare verso l’interesse generale, essere responsabile verso le persone che si incontrano, dare corpo e quel concetto di bene comune ed interesse generale che proviene dalla Costituzione. Il volontariato deve quindi intraprendere un percorso educativo che lo porti a sperimentarsi nella comunità attraverso delle azioni concrete, con degli strumenti che creino relazioni e legami. Osserviamo che oggi la povertà è dovuta anche alla scarsità delle reti di tutela che consentono l’inserimento delle persone nei processi di inclusione sociale. Ribadiamo, quindi, la centralità che rivestono per il volontariato il processo di accumulazione di capitale sociale e la capacità di dare corpo e sinergia alle risorse informali della società. Ogni azione del volontariato diventa un’azione culturale che costruisce consenso e il volontariato ha anche la funzione di creare consenso sul sociale, ma deve trovare il modo migliore per farlo. A questo proposito risulta fondamentale il percorso della rappresentanza – orizzontale e verticale- intrapreso dal volontariato attraverso, per esempio, l’istituzione dei centri di servizi che creano delle forme di rappresentanza autonoma.

Andrea Basso – Università di Bologna
Riflessioni sociologiche sul D.Lgs 155/06 e sul percorso normativo del Terzo Settore.
Il decreto 155/06 rileva il processo evolutivo del terzo settore che lo ha portato a percepire insufficienti i propri ambiti di azione.
Con il D.Lgs 155/06 il legislatore nazionale stabilisce “come” funziona l’impresa sociale dettandone le caratteristiche. Per svolgere impresa sociale bisogna gestire in maniera “stabile e continuativa” un’attività economica. Nel decreto si parla anche dei “prestatori d’opera” e dei “destinatari” (interpretati come beneficiari) delle attività e vengono ampliate le forme di coinvolgimento dei lavoratori e dei destinatari delle attività (che vanno dall’informazione alla partecipazione).
L’innovazione più grande che la legge introduce è quella di ampliare le forme giuridiche con cui si può realizzare un’impresa sociale. Da questo punto di vista la legge può essere letta come una opportunità. Potrebbero esserci quattro forme di impresa sociale:
– imprese sociali nuove create per realizzare nuovi servizi (per esempio s.p.a. o s.r.l. che devono comunque garantire la partecipazione dei prestatori d’opera e dei beneficiari dei servizi).
– adozione della dicitura di impresa sociale da parte di soggetti che sono imprese sociali di fatto;
– APS, OdV e cooperative sociali già esistenti possono dare vita a delle imprese sociali (creando delle s.p.a o delle s.r.l. che gestiscono parte dei loro servizi);
– OdV che adottano, sul nascere, la forma di imprese sociali (è la forma che va più disincentivata).
Attraverso l’impresa sociale è possibile svolgere delle attività al di là dei propri confini associativi senza creare problemi di promiscuità identitaria ma costruendo delle identità multiple e rafforzate.
Il d.lgs 155/06 amplia le opportunità di gestione economica non a fini di lucro.

Dibattito:

Si presenta il caso di un’associazione di volontariato della Val d’Aosta che ha dato vita ad una cooperativa sociale di servizi.
Un gruppo di persone intercetta il bisogno delle persone svantaggiate di crescere attraverso i valori dello sport e organizza un’associazione di volontariato per realizzare delle attività sportive. Viene creata una struttura polisportiva in cui operare. Il gruppo di volontari crea una rete di relazioni con il territorio (vi aderiscono gran parte dei familiari degli utenti) e realizza servizi (doposcuola, animazione estiva). Per non perdere la propria natura l’associazione di volontariato decide di scindere ciò che era “volontariato” e ciò che non lo era e crea una cooperativa sociale di servizi. Con il passare del tempo si è intensificata la rete di relazioni sul territorio e si sono creati degli scambi transalpini con alcune onlus francesi. Nasce così un’associazione di secondo livello che unisce l’associaz di volontariato, la cooperativa sociale e la polisportiva servizi e che cerca di valorizzare i valori delle tre associate.
Questo è un significativo esempio di gemmazione frutto della nascita di un’idea di alcune persone che leggono un nuovo bisogno, se ne fanno carico e cercano di rispondere creando l’importante supporto delle reti. Sono proprio le reti che favoriscono la creazione di organismi di secondo livello che a loro volta possono fornire strumenti di consulenza e di accompagnamento per le organizzazioni. È importante avere a disposizione gli strumenti adatti per poter valorizzare e potenziare gli obiettivi e le finalità da raggiungere

Infine, si presenta il caso di un’APS di promozione di diritti per la domiciliarità delle persone anziane che viene promossa e sostenuta con la rete sociale locale. Si lamenta la scarsa conoscenza e la confusione circa la distinzione tra APS e OdV.
Tale distinzione dipende dal fatto che sono due strumenti diversi. Con la L.383 le APS vengono, forse in maniera forzata, presentate come garanti della coesione sociale. La loro specificità risiede nella capacità di proporsi verso l’esterno a partire dalla mutualità interna.

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