La fine del terzo settore
0 commenti 19 novembre 2008

Flaviano Zandonai 

Negli ultimi mesi si sono susseguiti molti interventi che, con modalità e approcci diversi, hanno contribuito a mettere in discussione l’esistenza di un “terzo settore” nel nostro paese. Inizialmente si è trattato di prese di posizione che ne criticavano soprattutto la capacità di rappresentanza, mettendo in luce, come in alcuni articoli comparsi sul settimanale Vita, la difficile coesione tra le diverse “anime”, da un lato, e, dall’altro, la tendenza al particolarismo e all’autoreferenzialità (problema, quest’ultimo, rispetto al quale il terzo settore si trova comunque in buona compagnia). Si è innescato così un confronto piuttosto intenso che ha coinvolto soprattutto il Forum del terzo settore e la sua dirigenza, ma il dibattito non si è esaurito solo in questo ambito. Anche autorevoli esponenti della comunità scientifica e alcuni opinion maker hanno posto in discussione, con approcci e accenti in realtà piuttosto diversi, la realtà di quel terzo settore che negli hanni scorsi hanno contribuito a teorizzare e a promuovere. E’ il caso, ad esempio, del gruppo di ricerca che fa capo al sociologo Piepaolo Donati e che in questi ultimi anni ne ha indagato i fondamenti culturali. Nelle ultime pubblicazioni, in particolare in quella sui leader del terzo settore curata da Ivo Colozzi e Riccardo Prandini sembra emergere una sostanziale incapacità del terzo settore a ri-produrre un “substrato” culturale distintivo e quindi il suo progressivo caratterizzarzi come un “pluriverso” organizzativo composto da realtà sempre più differenziate. Altra presa di posizione, piuttosto tranchant, è quella del Censis che in una serie di documenti pubblicati nell’ambito dell’iniziativa “un mese di sociale” ha bocciato il terzo settore come attore in grado di intervenire nel welfare, ovvero in uno degli “epicentri” della crisi italiana . Un’inefficacia che deriva dall’incapacità di promuovere una reale innovazione nell’approcciare i bisogni e nell’organizzare le risposte, a causa di una ormai strutturale sudditanza rispetto alla pubblica amministrazione. Nel nuovo numero della rivista Aretè (pubblicata gratuitamente dall’Agenzia delle Onlus) si possono comunque trovare ulteriori approfondimenti rispetto a un dibattito che comunque sembra soffrire, anche sul piano dell’analisi scientifica, di un’impostazione culturale “debole” dove il terzo settore, al fondo, è visto come un agglomerato, più o meno coeso, di forme giuridiche: associazioni, fondazioni, cooperative sociali, ecc. (come peraltro è ben dimostrato dal recente rapporto Cnel Istat sull’economia sociale), contribuendo così a minare alla radice la possibilità di sviluppare un’identità organizzativa propria. Sono invece molto più limitate le analisi in grado di scavalcare, almeno in parte, le figure giuridiche e di concentrarsi sulle funzioni svolte dalle diverse organizzazioni (erogativa, produttiva, di advocacy). A ciò si aggiunge una perdurante incertezza terminologica che il dibattito scientifico contribuisce ad alimentare: basti ricordare che fra titolo e sottotiolo nel pubblicazione Cnel Istat si riesce a parlare di “economia sociale” e di “settore nonprofit”. Ma nella stessa direzione si possono collocare altri concetti – ad esempio quello di Organizzazioni a Movente Ideale – che indubbiamente arricchiscono il panorama conoscitivo, ma contemporaneamente contribuiscono ad alimentare la confusione, soprattutto fra i non addetti ai lavori.

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