Buone prassi: come riconoscerle?
0 commenti 17 maggio 2010

Il Workshop rappresenta un momento in cui si raccontano esperienze, si scambiano idee e si apprende dalle situazioni vissute da altri. Le buone prassi nelle forme di collaborazione saranno il cuore dell’edizione di quest anno in cui le organizzazioni presenti condivideranno la loro storia virtuosa con i partecipanti all’evento. Passaggio indispensabile diventa quindi la definizione di buona prassi e dei criteri per individuarla. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ci fornisce una definizione generale di buona pratica che mette in luce l’elemento di vantaggio rispetto ad altre (criterio massimo). Si è occupato della tematica sia sugli aspetti definitori che su quelli sostanziali ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) in diverse pubblicazioni; i criteri per identificare una buona prassi sono generalmente l’innovatività, l’efficacia, l’efficienza, la sostenibilità e la riproducibilità della stessa. Restringendo il cerchio del concetto di buona prassi al sistema di welfare, abbiamo trovato un interessante documento- dossier delle ricerche dell’Osservatorio sulla famiglia e le buone pratiche nei servizi – curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia in cui viene proposto un modello di analisi e implementazione di buone prassi, definito relazionale, coerente con l’idea che una pratica è tanto migliore quanto più crea o rigenera il capitale sociale dei soggetti target (individuali/collettivi). Si parte da un problema al quale la pratica da analizzare intende dare risposta e ci si interroga sull’articolazione del progetto di intervento, supponendo che questo sia affidato a un attore o ad una rete di attori (mediante una forma di collaborazione). Si valuta infine come il progetto viene gestito in termini di outcome rispetto alla risoluzione del problema mantenedo come cruciale il ruolo di intermediazione del capitale sociale dei beneficiari.

La buona pratica di welfare in senso relazionale è dunque definita in termini di produzione (creazione e/o valorizzazione) del capitale sociale inteso come relazioni di fiducia, cooperazione e reciprocità fra gli attori in gioco.

Si aprirebbe dunque un ulteriore spazio di ragionamento rispetto al rapporto e ruolo degli elementi tangibili e intangibili che caratterizzano la qualità di un servizio. In particolare, essendo il tema della collaborazione centrale nel Workshop di quest anno, il ruolo del capitale fiduciario nella nostra circostanza diventa  davvero  cruciale per qualificare una pratica come buona.

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