Scandagliare l’innovazione dei contest
0 commenti 28 febbraio 2014

Le competizioni abbondano. Qualunque sia il settore di applicazione, negli ultimi anni si sono moltiplicati i concorsi che premiano per via competitiva idee, progetti, organizzazioni che hanno saputo innovare – o che intendono farlo – la loro offerta di beni e servizi, oppure che si sono caratterizzati per l’adozione di nuovi modelli di business e, più raramente, sistemi di governance. Dai concorsi di idee alle progettualità imprenditoriali vere e proprie, gli ambiti di interesse sono molti: cultura, tecnologia, ambiente, sostenibilità, ma sempre più spesso la valenza sociale è il focus all’interno della quale cercare l’innovazione.

Al di là di disquisizioni su strumenti – la competition – sul valore economico e sociale prodotto e/o auspicato, sulla piega seriale che la partecipazione può assumere, indubbiamente il database di esperienze raccolte costituisce un bacino prezioso dove verificare se effettivamente “sta succedendo qualcosa di interessante” in termini di innovazione sociale.

E’ di qualche settimana fa la selezione delle 30 semifinaliste della seconda edizione della European Social Innovation Competition lanciata lo scorso anno dalla Commissione Europea. Una competizione che si concentra sull’innovazione come veicolo per creare occupazione, mettendo così a tema il rapporto, tutt’altro che scontato, tra propensione innovativa e creazione d’impiego.

Abbiamo tentato di analizzare delle proposte frutto di una prima selezione per vedere “cosa c’è dentro”, partendo da un dato molto scarno perché le presentazioni presenti sul sito della competizione sono spesso puramente descrittive e in molti casi incomplete. Abbiamo poi individuato un set di indicatori generali (settore economico, target, valore sociale, partnership, occupazione, uso di ICT, modelli di business) che consentono di generare, se non una conoscenza vera e propria, almeno qualche indicazione utile per definire l’orizzonte dell’innovazione sociale su scala europea e i principali percorsi che ne indicano la direzione.

Qualche dato “anagrafico”. Sono più di 1200 le proposte raccolte (il doppio dell’edizione precedente), con i PIGS a farla da padroni (48%, con l’Italia capolista) e con un interesse discreto anche da parte dei nuovi paesi membri. Delle 30 pre-selezionale, spiccano però soprattutto Italia, UK, Germania, Austria, Francia, quasi a riequilibrare il peso specifico dei paesi forti dell’Unione.

In che settori economici si collocano le innovazioni sociali? Molti sono i servizi al lavoro veicolati su piattaforma, confermando come il digitale stia diventando sempre più lo strumento di matching tra domanda e offerta, esercitando – a tendere – un effetto disruptive sui modelli tradizionali dei servizi all’impiego. Si segnalano poi attività-app-piattaforme “educative” che insistono non tanto sulla formazione professionale specifica, ma piuttosto sulle capacitazioni che consentono di navigare in un mercato del lavoro sempre più problematico. Non mancano infine le iniziative che infrastrutturano filiere di economia locale facendo perno su attività turistiche, agricole, di ristorazione. Un ambito classico per realtà d’impresa sociale, come anche le attività legate al riciclo e riuso che costituiscono un settore economico ormai maturo.

Il target dei beneficiari è solitamente ben esplicitato: si punta molto sui giovani, con il duplice intento di risolvere un problema di assoluta urgenza e, insieme, di sbloccare un potenziale di conoscenze, attivazione, cambiamento sociale. A seguire alcuni target tipici del welfare sociale: dicoccupati, immigrati e anziani e disabili, rispetto ai quali prevale un chiaro obiettivo di empowerment. Ad esempio l’invecchiamento attivo, il re-inserimento lavorativo, ecc. In molte proposte è inoltre identificata una particolare attenzione all’intergenerazionalità.

Un altro aspetto rilevante è l’elemento di valore sociale che queste idee imprenditoriali intendono produrre. Si tratta in larga parte di una conoscenza “attivabile”, legata cioè alla soluzione delle principali sfide sociali ed ambientali. Quelle “societal challenges” che peraltro caratterizzano importanti linee di finanziamento di ricerca e sviluppo come Horizon 2020. A seguire inclusione e coesione sociale, ovvero i principali “beni meritori” che caratterizzano il modello sociale europeo e dove peraltro l’imprenditoria sociale si è spesso affermata come attore leader. Poco presenti o assenti altri elementi tipici di valore sociale legati ad esempio a salute e cura della persona. Si tratta forse di un risultato che dipende dal taglio di una competizione che è fortemente incentrata sull’occupazione, anche se questi sono settori certamente labour intensive. Il valore sociale viene spesso generato attraverso processi di community building – sia off line che soprattutto online – e creazione di reti tra attori diversi.

I legami di rete e partnership a sostegno dell’attività imprenditoriale sono soprattutto con aziende (profit e nonprofit), meno verso le pubbliche amministrazioni.

Per quanto riguarda il tipo di occupazione generata, inserimento lavorativo ed emploiability giocano un ruolo forte. Sembra esserci invece scarsa focalizzazione sul lato della domanda di “nuovi” posti di lavoro e anche la leva imprenditoriale, sebbene auspicata in fase di call, sembra meno rilevante.

L’indicatore di più difficile indagine è stato quello relativo ai modelli di business che queste iniziative intendono adottare per essere economicamente sostenibili oltre che efficaci socialmente. Pochissimi ne parlano (non sappiamo se per carenza di progettualità o se per scelta divulgativa). In ogni caso si può dedurre che i modelli di business siano essenzialmente: vendita diretta di beni e di servizi (puntando su prodotti di nicchia, qualità dei prodotto, attenzione al branding); economia indiretta attraverso percentuali sul transato (soprattutto per piattaforme digitali e servizi collaborativi); contributi, economici e non, ottenuti grazie all’attivazione di una “crowd” di soggetti a vario titolo interessati all’iniziativa; finanziamenti da parte di enti pubblici per accompagnare queste iniziative nelle fasi più difficili e rischiose del loro start-up.

In sintesi un quadro ampio, non particolarmente diversificato al suo interno. Segno che i processi di innovazione sociale tendono ad agglutinarsi intorno a driver piuttosto definiti. Una chiara tendenza all’istituzionalizzazione che richiede di mettere a regime, in tempi brevi, progettualità sperimentali in azioni di lungo periodo. Lasciando così spazio a una nuova stagione di innovazione.

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