Welfare comunitario come innovazione sociale
0 commenti 4 aprile 2014

Fondazione Cariplo ha da poco pubblicato un bando che si preannuncia come un importante banco di prova per l’imprenditoria sociale (lombarda in particolare). Il titolo parla chiaro: “welfare di comunità e innovazione sociale”, due temi che in modo più o meno diretto vengono associati a imprese che producono beni di interesse collettivo, spesso nel campo della protezione sociale e con l’intento di proporre soluzioni nuove a problemi emergenti. Un ambito che si potrebbe definire tradizionale, ma rispetto al quale la Fondazione introduce alcuni elementi di discontinuità che proviamo a riassumere nei punti seguenti e che, come si avrà modo di verificare, richiamano altrettanto classici elementi definitori delle politiche d’innovazione sociale.

– La call prima del progetto: è un’interessante innovazione metodologica per cui il vecchio formulario viene archiviato per far posto a una call for ideas che consentirà alla Fondazione di selezionare proposte da trasformare in progetti veri e propri che verranno finanziati e accompagnati mettendo a disposizione risorse economiche ed anche “in kind”, ovvero prestazioni d’opera e di servizi da parte di professionisti su questioni specifiche (ad esempio la raccolta di fondi aggiuntivi).

– La rilevanza del problema: è forse la maggior sfida del bando e riguarda non tanto la descrizione delle soluzioni, ma prima di tutto la capacità di focalizzare la problematica, evidenziandone le caratteristiche, la rilevanza, la diffusione e la possibilità di essere risolta agendo il welfare come risorsa comunitaria. Un aspetto non scontato che richiederà ai proponenti di dar fondo alle loro migliori risorse sul versante della ricerca e sviluppo e di spremere al massimo i dati di esperienza accumulati al proprio interno.

– La scalabilità oltre la sperimentazione: la Fondazione, anche in modo piuttosto esplicito, “accusa” il terzo settore di non essere riuscito a portare a sistema “pillole di innovazione” a livello locale. Il bando, da questo punto di vista, spinge proprio nella direzione di infrastrutturare progettualità embrionali per aumentarne l’impatto rispetto a bisogni crescenti e a una contrazione delle tradizionali fonti di finanziamento del welfare (budget pubblici).

– Community organizer prima che operatori dei servizi: altro aspetto rilevante del bando, ovvero l’enfasi sulla costruzione e consolidamento di tessuti sociali che non facciano solo da sfondo all’erogazione dei servizi lungo l’asse amministrazione pubblica / terzo settore, ma siano effettivamente in grado di liberare il potenziale di attivazione dei cittadini singoli e associati e delle istituzioni locali nel loro complesso (imprese for profit ad esempio).

– Coproduzione come innovazione di prodotto: è un contenuto del bando strettamente collegato al punto precedente e forse il punto più controverso per le imprese sociali. Perché se da un lato è stato da più parti teorizzato che l’apporto di vari stakeholder a livello di produzione e governance rappresenta un elemento distintivo (e competitivo) di queste imprese, d’altro canto le prassi di autentica coproduction sono assai meno numerose e sono meno chiari gli effetti a livello di disintermediazione della polarità produttore / consumatore che è ampiamente diffusa anche tra le imprese sociali.

– Programmazione catalitica: la Fondazione ha fatto un’importante scelta di campo, ovvero valorizzare, laddove possibile, la programmazione delle politiche sociali scaturita da dispositivi normativi come la legge n. 328/00 che mirava a creare un “sistema integrato di servizi sociali”. Chiede però un salto di qualità legato soprattutto alla capacità di programmare avendo come oggetto l’allocazione di tutte le risorse pubbliche e private disponibili, non solo “fondi speciali” o quote residue. Un passaggio di grande rilevanza che richiede di agire sui budget pubblici e anche su quelli delle imprese sociali.

– Le debolezze della governance territoriale: per sostenere l’impianto del welfare comunitario rigenerato dall’innovazione sociale la Fondazione invita ad operare sul fronte dell’innovazione istituzionale, ovvero della governance territoriale. Da questo punto di vista i suggerimenti proposti si muovono nel perimetro della programmazione standard (i “tavoli”) e non c’è un richiamo esplicito a sperimentare anche forme innovative sul fronte della cogestione dei servizi (ad esempio attraverso imprese ibride e partnership pubblico private). Qualche sperimentazione peraltro su questo fronte esiste, per cui potrebbe essere utilizzata come buona pratica per dare valore alle proposte progettuali.

– L’asset del cofinanziamento (in kind): è la risorsa strategica al pari (o quasi) al contributo della Fondazione che, ai sensi del bando, non supererà la quota del 65% . Richiederà quindi ai proponenti di effettuare un’approfondita diagnosi al proprio interno per scovare non solo risorse economiche ma anche di competenze da coinvestire nell’iniziativa.

Un bando importante quindi. Utile da approfondire anche per organizzazioni che non potranno partecipare perché operano in territori e ambiti diversi. Si tratta infatti di una “policy experimentation” molto simile a quanto previsto da importanti linee di finanziamento della programmazione europea, come la nuova misura Progress Easi che verrà presentata nei prossimi giorni a Bruxelles.

Coincidenze importanti..

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