La riforma in pasto al data warehouse
0 commenti 15 maggio 2014

I dati del Censimento Istat sulle organizzazioni nonprofit sono sempre più al centro dell’attenzione. Si è conclusa poche settimane fa un’importante conferenza scientifica organizzata dall’Istituto nazionale di statistica. E fra qualche giorno, in occasione del Colloquio scientifico di Iris Network, avremo modo di approfondire ulteriormente i dati che emergono dalla rilevazione leggendoli come interrogativi di ricerca nel corso di una sessione speciale. Ma i database censuari sono stati recentemente sollecitati anche (e soprattutto) dal documento del Governo con i propositi di riforma del nonprofit. Un documento aperto alla discussione da parte degli addetti ai lavori (scadenza 13 giugno), in particolare di chi sta in prima linea nella gestione delle diverse iniziative, attività, progetti.

Proviamo quindi a dare in pasto i 29 bullet point del progetto di riforma del governo al data warehouse del Censimento (che è un “quasi open data”). Che cosa ne esce?

Crescita volatile: l’esultanza per il tasso di crescita a doppia cifra del nonprofit (+28% contro +8,4% delle imprese e -21,8% ) si è notevolmente attenuato perché si è scoperto che molte istituzioni rilevate nel censimento 2011 erano in realtà già attive all’epoca della precedente rilevazione (2001). Il saldo è sempre positivo (+8,4%) ma va contemperato considerando che ben il 47% delle nonprofit censite è sorto nel decennio 2001-2011. Ben vengano quindi le iniziative di riforma volte a migliorare la capacità di rilevazione e di controllo su un settore estremamente volatile, anche nella sua dislocazione territoriale considerando che il 93% delle nonprofit è localizzata in una sola sede, senza alcuna unità distaccata.

Segmentare e ricucire: è uno dei cardini del progetto di riforma che mira a “separare il grano dal loglio” riferendosi a comportamenti opportunistici e non legali, ma anche alla necessità di rendere chiaramente riconoscibili le specificità funzionali interne al nonprofit. I dati Istat forniscono diversi spunti in tal senso: il 61% delle nonprofit svolge una funzione di pubblica utilità (vs un orientamento mutual rivolto esclusivamente ai soci), mentre il 30% ricava la maggior parte delle risorse economiche da transazioni di mercato (vs un maggiore orientamento a intercettare risorse non market come donazioni e sussidi). Se si combinano questi ultimi aspetti emergono alcuni modelli di funzionamento (l’Istat ne individua 8). I tre principali sono: produzione di servizi solidaristici sussidiati da privati (38%), servizi mutualistici sussidiati da privati (26%) e servizi venduti sul mercato (15%), dimostrando in quest’ultimo caso quanto è ampio il perimetro dell’imprenditoria nonprofit (ben oltre la cooperazione sociale). A fronte di questa sollecitazione alla chiarezza interna guardando alle funzioni svolte, il governo richiama anche in più punti una maggiore capacità di interazione (financo “ibridazione”) del nonprofit con altri modelli pubblici e privati per la realizzazione di progettualità di interesse collettivo. Da questo punto di vista la strada da percorrere sembra ancora lunga considerando che solo il 32% delle nonprofit è coinvolto in una qualche forma di partnership, quasi esclusivamente con organizzazioni della stessa natura e con istituzioni pubbliche.

La via nonprofit alla flexicurity? Anche sul versante del capitale umano esistono molteplici riscontri empirici ai propositi governativi di riforma. Un primo dato (poco conosciuto): sono oltre 56 milioni le persone fisiche affiliate a una o più organizzazioni nonprofit, a dimostrazione dell’effettiva capacità di infrastrutturazione e reticolarità di questo comparto. Ci sono poi 5.715.746 persone coinvolte direttamente: 4.758.622 in qualità di volontari (98% del totale) e 957.124 in qualità di addetti retribuiti (6% del totale). Rispetto ai primi emerge un quadro caratterizzato da una notevole varietà che richiede una policy agenda differenziata, attenta a cogliere le peculiarità dei diversi “volontariati”. Basti pensare che: il 28% è di sesso femminile, il 20% è under 30 e il 15% over 64, il 55% è occupato e il 20% laureato. Se si guarda invece agli addetti retribuiti emergono in modo chiaro le ambivalenze legate al tema della “flessibilità” del lavoro. La quota dei lavoratori esterni (non assunti alle dipendenze) è pari al 29%, una quota assai maggiore che nelle istituzioni pubbliche e imprese for profit. Peraltro questa stessa componente è in rapida crescita (+169% nel decennio a fronte di un + 39% dell’occupazione nonprofit in tutte le sue forme). Altri aspetti rilevanti per il policy maker sul cruciale fronte occupazionale: ben il 75% degli occupati operano non in start-up nonprofit, ma in organizzazioni storiche (nate prima del 2001); c’è inoltre una forte componente femminile (67%) in controtendenza rispetto al volontariato e, aspetto rilevante, il 18% dell’occupazione nonprofit è in possesso di high skills, individuando quindi un bacino dove far crescere la nuova dirigenza.

Mix di risorse ed efficientamento. E’ forse la variabile che mette meglio in luce le peculiarità del nonprofit, molto meglio delle forme giuridiche che invece appaiono ancora troppo strettamente polarizzate rispetto al comparto associativo (89%). Pur considenrando le ottime performance di crescita nel decennio di fondazioni (+102%) e cooperative sociali (+98%) è chiaro il fatto che le normative di settore hanno faticato a imporsi come elemento regolatore. Eppure, come si diceva, le propensioni emergono chiaramente guardando ai dati economici. Le entrate sono pari a 63,9 miliardi di euro: il 34% deriva da soggetti pubblici, mentre le entrate da vendita di beni e servizi (market) è pari al 47,3%. Rilevante anche il contributo dei soci (26,3%), mentre le donazioni e i sussidi coprono una parte pari al 14,5% e quindi non sorprende che solo il 20% delle istituzioni nonprofit si dichiara impegnato in attività di fundraising. Se invece si focalizzano le uscite (pari a 57,3 miliardi di euro) emergono le voci di spesa che riguardano il capitale umano (35,2%) e soprattutto le spese per acquisti e forniture (38,1%). Queste ultimerappresentano un contesto nel quale è possibile mettere in atto azioni volte alla ricerca di una maggiore efficienza (una sorta di spending review) e al contempo una maggiore capacità di infrastrutturare anche in senso sociale ed ambientale le reti di fornitura.

Servizi non settori! Una grande novità dei dati Censimento Istat è la presentazione di dati che non riguardano solo i settori – spesso criticati – della classificazione ufficiale (ICNPO), ma anche le singole prestazioni di servizio. Scopriamo così che “cultura sport e ricreazione” significa soprattutto organizzazione di eventi sportivi (35,4%), o che “istruzione e ricerca” si concretizza nella gestione di scuole per l’infanzia (33,3%), o ancora che “sanità” vuol dire soprattutto donazione di sangue e organi (33,6%) e così via. Un pluralismo di iniziative che svela le diverse vocazioni operative rispetto alle altre istituzioni pubbliche e private. A questo proposito, Istat fornisce un’ulteriore interessante dato, ovvero il rapporto tra nonprofit e imprese: l’Istat rileva 6,8 nonprofit ogni 100 imprese, ma il rapporto varia considerevolmente considerando alcuni settori a elevato valore aggiunto sociale come istruzione (65 nonprofit ogni 100 imprese), assistenza sociale (127 nonprofit ogni 100 imprese), attività artistiche, sportive e di intrattenimento (238 nonprofit ogni 100 imprese).

Densità e differenziali territoriali. La retorica nonprofit – ma anche il governo – individua in questo settore un importante fattore di coesione sociale. Che cosa offrono, da questo punto di vista, i dati Istat? Quelli più interessanti riguardano non tanto la distribuzione territoriale, quanto piuttosto la diffusione delle nonprofit e del loro capitale umano rispetto alla popolazione resindente. Una serie di rapporti che enfatizzano ancor di più i differenziali territoriali. Se è vero infatti che a livello nazionale si contano 51 nonprofit, 115 addetti e 550 volontari ogni 10mila abitanti, lo stesso rapporto sale a 65, 141 e 1.146 nelle regioni di nord-est e cala a 36, 50 e 418 in quelle del sud. Una bella sfida non solo per non solo per il governo nazionale, ma anche per le policy locali.


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