Filantropia trasversale
0 commenti 5 novembre 2015

E’ stato approvato da pochi giorni il documento programmatico che contiene budget e indicazioni per le attività filantropiche di Fondazione Cariplo per il 2016. Un documento importante, anche per chi opera in territori diversi da quelli in cui agisce tradizionalmente la Fondazione e anche per chi non si occupa direttamente di filantropia ma è comunque interessato a sostenere le attività di organizzazioni nonprofit – e soprattutto d’impresa sociale – utilizzando la leva finanziaria.

Le priorità di investimento di Fondazione Cariplo possono essere considerate il benchmark nazionale (e non solo) rispetto alle societal challenges che attendono i soggetti organizzati della società civile. Da questo punto di vista si possono evidenziare almeno due buone notizie. La prima è che la massa critica delle risorse economiche messe a disposizione (150 milioni) non diminuisce, anzi viene ulteriormente incrementata. Una good news in una fase in cui cresce sia la domanda del nonprofit di poter disporre di risorse “libere” da investire per sperimentazioni svincolate da contratti di fornitura, sia la pressione sulle fondazioni bancarie (e non) rispetto alla quota-parte di risorse che possono effettivamente erogare continuando a salvaguardare la “sacralità” del loro patrimonio, come ha avuto modo di ribadire Sergio Urbani, Segretario Generale della Fondazione, in occasione del Workshop sull’impresa sociale di Iris Network.

La seconda notizia, forse addirittura più interessante, è l’avvio di quattro nuovi programmi intersettoriali (per un totale di 7,5 milioni di €) con l’obiettivo di sviluppare innovazione e impatto sociale, agendo trasversalmente a settori di attività, ambiti territoriali, forme organizzative e giuridiche. Ecco di seguito le quattro azioni.

  1. Periferie sociali: iniziativa che punta a migliorare la qualità della vita nelle periferie attraverso la riqualificazione urbanistico-architettonica-ambientale, il rafforzamento della coesione sociale in zone degradate, lo sviluppo dell’imprenditorialità sociale e culturale, l’attenzione ai beni comuni e all’ambiente.
  2. (De)centrando: riattivare le aree interne, in particolar modo quelle montane, caratterizzate da spopolamento e abbandono; azioni di potenziamento e innovazione delle filiere tipiche delle aree interne (agricoltura, allevamento, turismo) per facilitare la creazione di nuova occupazione, principalmente giovanile, passando per la ricostituzione delle identità culturali locali, la prevenzione del rischio idrogeologico, il miglioramento della qualità della vita.
  3. Cariplofactory: la creazione di un hub, a partire da un luogo fisico, che attraverso la rete di Fondazione Cariplo contribuisca a creare occupazione per i giovani; un incontro di saperi tra PMI e grandi aziende, imprese sociali, imprese culturali, scuole, università, enti di formazione, fablab, incubatori/acceleratori.
  4. Innovazione sociale, capacity building del terzo settore e impact investing: se efficacemente sostenuti, il terzo settore e i nuovi soggetti che si affacciano nel campo dell’imprenditoria sociale potrebbero promuovere un processo di ammodernamento e innovazione. La finanza sociale / impact investing potrebbe supportare un ecosistema di imprenditoria sociale fortemente orientata all’innovazione applicata ai campi di welfare, cultura e ambiente.

Sono ambiti di sicuro interesse intorno ai quali è possibile costruire cluster di progetti attingendo anche ad altre risorse (in particolare rispetto ai punti 1 e 2) per aumentare l’effetto leva. Inoltre appare chiaro che Fondazione Cariplo – un big player della filantropia e, in senso lato, del terzo settore – sembra aver rotto gli indugi rispetto al ruolo e alle funzioni dell’impresa sociale e del nonprofit, in particolare per quanto riguarda il rapporto con la finanza d’impatto. Un messaggio indiretto, ma chiaro, per i policy maker nazionali alle prese con la riforma di settore, ma non solo. Le priorità tematiche relative a “periferie sociali” e “aree interne” chiamano infatti in causa un ruolo più marcato del nonprofit e dell’impresa sociale non solo come erogatore di servizi, ma anche come infrastruttura “place-based” dello sviluppo locale. Da questo punto di vista le versioni riformate delle leggi sulla cooperazione sociale delle regioni Emilia Romagna e – più recentemente Lombardia – introducono, anche se in forma diversa, una “terza gamba” (o tipologia) di cooperazione sociale che, appunto, si declina come impresa di comunità. Una scelta importante e insieme controversa perché si colloca in un panorama normativo estremamanete parcellizzato, che presenta il rischio di non cogliere il pluralismo delle forme e dei modelli di impresa di comunità, come Iris Network ha cercato di ricostruire nel numero monografico della rivista Impresa Sociale. Un percorso certamente da seguire nell’attesa, ci auguriamo non troppo lunga, di una cornice nazionale all’altezza delle sfide delineate da Fondazione Cariplo e da altri soggetti rilevanti dell’ecosistema di imprenditoria sociale.

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