Impresa Sociale. La crisi del settimo numero
0 commenti 18 ottobre 2016

Non è stato un numero facile quello che abbiamo appena lanciato. Il settimo numero della rivista Impresa Sociale si è rivelato ostico, come pare succeda per le relazioni di coppia. Le difficoltà sono legate non solo a problemi organizzativi che hanno dilatato l’uscita, ma più in generale alla difficoltà di proporre contenuti in grado di sollecitare un confronto non solo sui principi costitutivi e i contesti tradizionali, ma sulle possibili nuove “forme d’uso” di questo modello imprenditoriale. E’ infatti sulla dilatazione del perimetro che si gioca il futuro dell’impresa sociale e rispetto al quale si misurerà l’efficacia della riforma normativa, che peraltro appare già in fase avanzata per quanto riguarda la decretazione applicativa.

Valutare il nuovo impianto normativo guardando alla sovrapposizione con i modelli e i settori più affermati e alla possibilità/necessità di preservali da contaminazioni rischiose con altri attori (finanziari in particolare) costituirebbe un grave errore strategico perché offuscherebbe la questione di fondo, ovvero la domanda di impresa sociale che viene da persone, comunità e contesti decisamente più ampi e variegati di quelli che ne hanno definito il progetto originario. Per questo se l’impresa sociale è parte del terzo settore allora significa non recintarla in questo ambito, ma fare in modo che sia messa in grado contribuire a cambiare il terzo settore stesso, pena il rischio che veda ribadita, se non incrementata, la “terzietà” di quest’ultimo anche sul fronte dove invece dovrebbe esercitare la sua leadership, ovvero la produzione di valore sociale.

La rivista, in tal senso, si fa carico di questo approccio allargato e multiforme come perno del suo piano editoriale. Anche in questo numero dove si esplora l’ambito della creatività e della produzione culturale come bacino di nuova imprenditoria sociale (Bosi). Dove si guarda al volontariato giovanile per capire fino a che punto rappresenta ancora un contesto generativo anche in senso imprenditoriale (Gallerini, Lenzi). O dove si aggiorna il quadro delle PMI for profit che fanno l’eccellenza del “made in Italy” puntando su economie coesive (Sturabotti, Venturi). E ancora: i contesti di nuova socialità che prendono forma intorno all’utilizzo non convenzionale di infrastrutture tecnologiche come le wireless community network (Crabu, Magaudda), fino al ruolo intermediario svolto da soggetti di natura filantropica per sostenere, con servizi in kind, gli investimenti delle imprese sociali (Cantino, Coni, Fiandrino). Per questo la già citata riforma del terzo settore va letta non solo in chiave di riposizionamento, ma anche di rilancio dell’impresa sociale (Borzaga). Rilancio che peraltro si può realizzare non solo con lo strumento normativo ma attraverso una più ampia strategia di taglio politico – culturale rivolta non solo agli stakeholder istituzionali ma all’opinione pubblica in generale (echi).

Il numero, nonostante le citate difficoltà, è in rampa di lancio grazie anche all’interessante editoriale – già disponibile – a firma del professor Giorgio Fiorentini. Un intervento che ha il merito di tracciare le nuove coordinate dell’impresa sociale all’interno del suo principale ambito elettivo, sempre più soggetto a svariate tensioni al cambiamento: il welfare.

Buona lettura!

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