La sfida dell’impresa sociale per la terza società
0 commenti 26 febbraio 2017

Quando, in generale, si parla delle divisioni del sistema sociale si fa riferimento per lo più a due tipi di fratture sociali. La prima è quella dei livelli di reddito, che permette di suddividere la popolazione in strati più o meno numerosi, dai poveri assoluti fino ad un elité di super ricchi; la seconda riguarda i rapporti sociali e porta a suddividere la popolazione in grandi classi sociali. Approcci che, al giorno d’oggi, mostrano limiti importanti e non restituiscono una fotografia realistica della società italiana.

Come evidenziano, da alcuni anni a questa parte, le indagini di Luca Ricolfi, la terza società è il principale, e doloroso, lascito della crisi ed è una nuova componente del sistema sociale. Se da un lato vi sono la prima società – o società dei garantiti (dipendenti della PA e di aziende medio-grandi) – e la seconda società – o società del rischio (lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, commercianti, dipendenti di piccole aziende ecc.) – una terza società è composta da lavoratori in nero, disoccupati, lavoratori discontinui, scoraggiati. Una fetta di popolazione che fino a poco tempo fa era minoritaria, ma che oggi è una “maggioranza silenziosa”, anche in termini di advocacy e rappresentanza politica.

E’ stato pubblicato da poco un dossier della Fondazione David Hume per Il Sole 24 Ore “La terza società. Dossier 2016”, a cura di Rossana Cima, Caterina Guidoni e Luca Ricolfi, che restituisce un quadro recente (e drammatico) della terza società italiana (il report fa seguito alla precedente indagine del 2015 su “Disuguaglianza economica in Italia e nel mondo“).

Stando alle analisi di Ricolfi e colleghi, complessivamente la terza società è composta da circa 9 milioni di persone, un segmento della società italiana che ormai ha raggiunto una dimensioni comparabile a quella degli altri due, con un incremento del 40% in soli 7 anni.

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Fonte: Fondazione Hume per Il Sole 24 Ore

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Fonte: Fondazione Hume per Il Sole 24 Ore

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Fonte: Fondazione Hume per Il Sole 24 Ore

A livello europeo, il peso della terza società sembra essere particolarmente significativo nei paesi mediterranei e in quelli dell’ex blocco sovietico: tra le prime dieci nazioni europee in classifica, cinque appartengono all’ Europa del sud e cinque all’ex blocco comunista.

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Fonte: Fondazione Hume per Il Sole 24 Ore

Se non recentissima (2015), quanto mai attuale la riflessione di Flaviano Zandonai su Tempi Ibridi (La sfida del welfare per la terza società), che identifica alcuni ambiti dove l’impresa sociale può rilanciare il suo ruolo elaborando una visione politico culturale per un contesto sociale ed economico scosso alle fondamenta e che assomiglia sempre meno al Paese dove queste esperienze d’impresa sono nate e hanno, in buona parte, prosperato. E tra le diverse sfide, proprio quella di costruire un welfare per la terza società.

E come ricorda Francesco Maietta sulle pagine della rivista Impresa Sociale (Composizione sociale italiana e nuovo sviluppo: scenari per un ruolo attivo dell’impresa sociale, Impresa Sociale 6.2015) favorire processi di ricomposizione, creare i presupposti di scenario utili per l’accelerazione dei processi sociali spontanei virtuosi, sono alcuni degli obiettivi che la composizione sociale della società, così come è, indica come prioritari.

In questo senso, l’impresa sociale non può essere solo componente significativa dei processi riparativi rispetto alle patologie sociali, ma deve diventare protagonista dei processi sulla frontiera dell’innovazione sociale, dove si sperimentano nuove ibridazioni rispetto ai settori tradizionali.

Non sono sufficienti strategie orientate al terzo escluso o agli sconfitti della lotta di classe, occorrono iniziative di tipo imprenditoriale capaci di intercettare le nuove energie sociali, facendone il lievito di una nuova imprenditorialità sociale che nel suo stesso operare genera una virtuosa ridistribuzione di opportunità, prima ancora che di redditi e patrimoni, e per ciò contribuisce ad una nuova sostenibilità e qualità della vita delle comunità.

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