Impresa Sociale 3/2007: “Quando le risorse umane fanno la differenza: il modello imprenditoriale delle cooperative sociali”
0 commenti 10 dicembre 2007

Felice Scalvini

Impresa Sociale 3/2007Il carattere, sotto molti aspetti innovativo, delle esperienze di cooperazione sociale e, più in generale di imprenditorialità sociale, ha dato e continua a dare spazio a molti interrogativi sull’effettiva natura di queste imprese e sulla loro collocazione all’interno del nostro sistema economico ed istituzionale. Tra questi interrogativi uno dei più frequenti è quello sulla natura e sulle caratteristiche dei rapporti tra queste imprese e coloro che – come soci, dipendenti o collaboratori – in esse prestano la loro attività lavorativa. Sono così in molti coloro che, a partire da questo interrogativo, hanno cercato e cercano di affermare l’insostenibilità di questo modo di fare impresa, soprattutto nel lungo periodo. Di conseguenza, le cooperative sociali, da sole o insieme alle altre organizzazioni nonprofit, sono state accusate di ricorrere con frequenza, o quasi sempre, a contratti di lavoro a termine o a collaborazioni coordinate e continuative, di remunerare i propri lavoratori con salari inferiori a quelli di mercato (dove spesso per salario di “mercato” si intende quello dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni la cui fissazione non segue invece alcuna legge di mercato), di far ricorso al lavoro nero mascherato sotto forma di volontariato. Basta ripensare alla recente trasmissione di Report (domenica 25 novembre) per avere una conferma di questo modo di ragionare: nessun tentativo da parte dei giornalisti di ricostruire la storia e le dimensioni del fenomeno, nessuna ricerca di analisi generali delle condizioni di lavoro nella cooperazione sociale, nessuna intervista ad esperti del settore che forse qualche indagine seria sul tema l’hanno fatta. Solo la spasmodica ricerca di lavoratori precari e sottopagati, lasciando intendere che non si tratta di casi isolati, quasi che un’indagine giornalistica possa avere la stessa valenza di una ricerca scientificamente fondata. Lo spirito con cui si è voluto affrontare il problema è ben espresso da questa frase pronunciata dalla Gabanelli in studio: “In Italia, secondo i dati ufficiali, i precari sono tre milioni e ottocentomila, ma quelli che lavorano per le cooperative non sono contemplati, quantificare con esattezza il numero è complicato, ma si può dire che sono qualche milione (sic!), che lavorano in tanti settori pubblici”. Essa ci pare sufficiente per qualificare l’intero programma.
Ma quanto sono fondati questi dubbi e quanto sono veritiere queste accuse, non per un singolo o per pochi casi, ma il settore nel suo complesso? Già da qualche anno è possibile rispondere a questa domanda utilizzando sia dati ufficiali, in particolare quelli desumibili dai tre Censimenti Istat sulla cooperazione sociale per gli anni 2001, 2003 e 2005, sia i risultati della ricerca sui lavoratori dei servizi sociali realizzata da Issan nel 1998 e di cui questa Rivista ha riportato in diverse occasioni risultati e commenti. Secondo il più recente dei Censimenti Istat, i lavoratori remunerati occupati nelle cooperative sociali erano, nel 2005, 244.223, così distribuiti: 86,6% con contratto di lavoro dipendente, 12,9% con contratto di collaborazione o a progetto e 0,5% con rapporto di lavoro interinale. Sono dati che parlano da soli e che smentiscono seccamente l’affermazione secondo cui l’Istat non rileverebbe i precari, ma soprattutto la tesi secondo cui nelle cooperative tutto il lavoro sia precario o quasi. Risultati simili sono stati ottenuti nell’indagine Issan sui lavoratori del sociale dalla quale risultava tra l’altro che il lavoro a termine, nelle sue diverse forme, era più diffuso nei servizi a gestione pubblica che nelle organizzazioni private, sia for-profit che nonprofit. Quest’ultima indagine permetteva però anche di andare oltre la pura quantificazione delle forme contrattuali e di approfondire le caratteristiche del lavoro nel sociale e, più in specifico, nella cooperazione sociale. Ed è grazie agli approfondimenti permessi dai dati raccolti attraverso appositi questionari che si è potuto individuare l’emergere di un modello di gestione delle relazioni di lavoro specifico della cooperazione sociale, innovativo e diverso sia da quello dei servizi pubblici, che da quello praticato dalle altre nonprofit. Esso risultava basato su salari contenuti, ma lavoratori generalmente soddisfatti e fedeli, non solo perchè motivati al lavoro sociale, ma soprattutto perché attratti dal modo di organizzare il lavoro, dalla flessibilità e dall’autonomia e, soprattutto dal buon livello di equità distributiva e procedurale percepita. Un modello di “relazioni industriali” coerente appunto con la natura cooperativa e sociale di queste organizzazioni ed in grado di spiegarne l’affermazione anche in un contesto di risorse economiche limitate.
La ricerca lasciava tuttavia aperto il problema della sostenibilità di questo modello: le dimensioni del settore erano ancora limitate e quindi era elevata la possibilità di selezionare lavoratori motivati. Avrebbe resistito all’espansione delle attività ed all’aumento degli occupati? Qualche dubbio in proposito era presente anche tra la dirigenza della cooperazione sociale. Ed è per verificare la consistenza di questi dubbi che, tra ricercatori che avevano realizzato la precedente ricerca è nata l’idea di effettuare una nuova indagine, questa volta non più sull’intero settore dei servizi sociali, ma solo su un campione di cooperative sociali, selezionato dall’Istat in modo da garantire che fosse rappresentativo del fenomeno nel suo complesso. La ricerca è stata conclusa nell’estate di quest’anno e sono ora disponibili i primi risultati che, con soddisfazione, pubblichiamo in anteprima in questo numero della Rivista. Come il lettore potrà constatare di persona essi sono di grande interesse e sembrano talmente nitidi da fugare ogni dubbio sull’innovatività e sulla sostenibilità del modello di relazioni industriali creato dalla cooperazione sociale.
I saggi contenuti in questo numero, che come sempre oltre ad un’introduzione all’argomento prevede anche un corposo Forum con le riflessioni di alcuni operatori e dirigenti del settore, non esauriscono l’analisi dei risultati della ricerca. I questionari raccolti contengono molte più informazioni di quelle utilizzate negli articoli che seguono e restano ancora completamente da analizzare i questionari compilati dai dirigenti e dai volontari. Ci sarà quindi più di un’occasione per tornare a riflettere sui risultati di questa ricerca.
Gli articoli contenuti in questo numero e le elaborazioni dei dati che li hanno resi possibili sono stati realizzati in tempi eccezionalmente brevi. Ciononostante l’uscita di questo numero di Impresa Sociale ha subìto qualche ritardo rispetto ai tempi programmati e a cui i lettori si erano abituati. Mentre quindi ringraziamo tutti i partecipanti al gruppo di ricerca e gli autori dei saggi e del Forum per il lavoro svolto in così poco tempo, ci scusiamo con i lettori di questo ritardo. Nella speranza che essi condividano che valeva la pena aspettare qualche settimana in più.

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