Più chiarezza per la crescita: bozza per la discussione
2 commenti 23 Maggio 2014

Più chiarezza per la crescita. Il contributo della ricerca per una nuova stagione di imprenditoria sociale

Nel corso della VIII edizione del Colloquio scientifico sull’impresa sociale (23-24 maggio 2014) verrà presentato un documento che intende alimentare e qualificare il dibattito sull’impresa sociale non solo tra i ricercatori, ma nelle diverse sedi di policy making. Di seguito una prima stesura che riprende i contenuti della relazione introduttiva al Colloquio scientifico del presidente di Iris Network Carlo Borzaga e che è possibile commentare e discutere fin da subito, sia da parte dei partecipanti alla conferenza che di altri interlocutori. La versione finale verrà pubblicata sulla rivista Impresa Sociale.

1. “Separare il grano dal loglio”. Facciamo nostro il titolo di una delle linee guida del progetto di riforma del terzo settore recentemente presentato dal Governo per applicarlo al campo dell’impresa sociale. Un ambito che si sta ampliando e differenziando anche per quanto riguarda la produzione scientifica: cresce il numero di ricercatori e di contributi che vengono pubblicati su libri e riviste specializzate, sia su pubblicazioni generaliste che afferiscono a diversi ambiti disciplinari: dalle scienze aziendali e organizzative a quelle giuridiche, dagli studi economici a quelli socio-psicologici, urbanistici, ecc. Una ricchezza che testimonia la vivacità di un settore che moltiplica e differenzia le sue espressioni.

2. La ricchezza di questa crescita genera, come sottoprodotto, anche una certa confusione nelle definizioni e negli approcci. Si tratta, per certi versi, di un effetto inevitabile e per certi versi auspicabile perché approssima della volontà di contribuire ad alimentare un dibattito che vede confrontarsi vecchi e nuovi interlocutori. D’altro canto, l’assenza di una cornice teorico-concettuale definita può rappresentare un problema nella misura in cui rende difficile il confronto. Non solo all’interno della comunità scientifica, ma anche presso gli addetti ai lavori, in particolare coloro che agiscono per la definizione dei sistemi di regolazione, di promozione e di finanziamento dell’impresa sociale. Dai molteplici tavoli locali al già citato progetto di riforma del Governo italiano, dalle politiche europee al contesto internazionale del G8 si moltiplicano per numero e rilevanza i contesti in cui l’impresa sociale viene riconosciuta come vettore di un modello di sviluppo che contribuisce al superamento delle situazioni di crisi proponendo un nuovo paradigma di crescita. Un obiettivo che sollecita fortemente queste imprese ed anche la produzione scientifica che le riguarda per favorire un utilizzo effettivo delle loro potenzialità, evitando i rischi connessi alla una maggiore visibilità del fenomeno: attribuzione di finalità improprie, isomorfismo organizzativo, diluizione delle specificità rispetto a modelli e approcci diversi.

3. Attingendo alla letteratura più recente e, in particolare, ai contributi presentati in occasione dell’VIII edizione del Colloquio Scientifico sull’impresa sociale organizzato da Iris Network in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Perugia vengono proposti di seguito alcuni contenuti utili a chiarire i contorni attuali e le principali tendenze che riguardano l’impresa sociale in un contesto in cui la produzione di valore sociale è oggetto di interesse da parte di una pluralità di attori anche nel campo dell’imprenditoria tradizionale e non solo da parte delle istituzioni nonprofit e pubbliche. Questi contenuti pur essendo relativamente consolidati, rappresentano oggetti di un costante approfondimento, attingendo a dati empirici e a modelli interpretativi in grado di cogliere i dati di cambiamento e innovazione che caratterizzano questo settore.

4. Impresa sociale non coincide con innovazione sociale. Si tratta di concetti contigui e almeno in parte sovrapponibili, però non significa che l’uno (quello di innovazione) includa anche l’altro (quello di impresa). E in particolare non significa che quello di innovazione sociale sia un concetto più generale e più utile per cogliere una serie di fenomeni emergenti, tra cui quello dell’imprenditorialità e dell’impresa sociale. Innovazione sociale significa dar vita a nuovi prodotti (servizi soprattutto) ad elevato impatto sociale o nuovi processi produttivi di servizi già esistenti che ne riducono i costi e ne aumentano la qualità. Così definita l’innovazione sociale può essere originata non solo da qualsiasi istituzione pubblica o privata, organizzata o meno in forma di impresa, anche con finalità di profitto, o più semplicemente da gruppi informali di cittadini. Fare impresa non rimanda necessariamente all’innovazione. L’impresa (anche sociale) può nascere, prosperare e svolgere pienamente la propria funzione anche semplicemente riproponendo servizi e modelli produttivi e organizzativi già collaudati da altre imprese, se in questo modo risponde ad una domanda insoddisfatta. Separati i due concetti è possibile analizzare le condizioni attraverso cui è individuare le premesse affinché diversi modelli d’impresa – tra i quali anche l’impresa sociale – possano effettivamente operare nel senso dell’innovazione sociale, riconoscendo che è necessario ampliare e diversificare la platea dei soggetti che, oltre la Pubblica Amministrazione, contribuiscono a produrre servizi di interesse generale. In questo senso l’impresa sociale rappresenta un’innovazione istituzionale che ha contribuito a definire una nuova concezione dell’impresa e del suo ruolo economico e sociale: da organizzazione con l’esclusiva finalità di garantire ai proprietari il massimo profitto (o più semplicemente con finalità speculativa, come sostiene il nostro codice civile) a meccanismo di coordinamento di risorse umane e materiali che può perseguire, oltre al profitto, anche, soprattutto o soltanto finalità di carattere sociale, con il solo vincolo di sopravvivenza (cioè di pareggio di bilancio).

5. Impresa sociale come sottoinsieme dell’imprenditoria sociale. Il concetto di impresa sociale definisce, come sostenuto nel punto precedente, una forma istituzionale con precise caratteristiche non solo assunte volontariamente dai promotori, ma definite da specifici atti legislativi. Queste caratteristiche sono almeno tre e sono tra loro complementari: (i) devono essere imprese a tutti gli effetti e quindi non solo basarsi su transazioni di tipo commerciale, ma anche rispettare tutte le regole che l’ordinamento di riferimento prevede per qualsiasi impresa; (ii) devono sia avere un esplicita finalità sociale che, a garanzia della stessa, produrre beni e servizi di utilità sociale (o riconosciuti come meritori); (iii) devono adottare una governance caratterizzata da almeno due elementi che si rafforzano a vicenda: l’inclusione degli stakeholder rilevanti nel processo decisionale e avere precisi vincoli alla distribuzione degli utili (non necessariamente totale) e del patrimonio (in questo caso totale). Queste sono le caratteristiche che si possono derivare dalla letteratura, dalla legislazione in essere alcuni paesi (tra cui Italia) e dalla più recente produzione di policy della Commissione Europea. Il concetto di social enterpreneurship è invece molto più ampio perché mette in luce una tendenza più generale (anche se non universale) delle imprese a farso carico in vario modo anche della soluzione di problematiche di carattere sociale. Rientrano in questa tendenza sia le imprese con programmi credibili di CSR, sia imprese che sviluppano soluzioni innovative a problemi sociali facendone una condizione della loro esistenza in quanto produttori. Tuttavia a differenze delle imprese sociali queste imprese sono e restano libere di modificare i propri obiettivi in quanto non sono sottoposte a vincoli stringenti. Inoltre non necessariamente le iniziative di questo tipo danno vita ad un’impresa: esse possono limitarsi a lanciare un progetto innovativo che per realizzarsi non ha bisogno di un’impresa. In sintesi l’impresa sociale è una componete specifica di una tendenza più generale delle imprese private a farsi caprico più che in passato di problemi di carattere sociale, definita appunto come social enterpreneurship. Mantenere i due concetti separati, da questo punto di vista, è utile sia a fini analitici che di policy.

6. I limiti alla distribuzione degli utili. La teorizzazione e l’applicazione di vincoli alla distribuzione degli utili rappresenta un argomento molto dibattuto sia in ambito scientifico che tra i practitioners. Si tratta di un vincolo originariamente adottato nell’ambito delle organizzazioni nonprofit di natura soprattutto erogativa e che solo di recente si è allargato a quelle di natura produttiva come le imprese sociali, assumendo una posizione dominante, spesso con accenti ideologici. Esistono in particolare importanti questioni da approfondire che riguardano non solo il carattere parziale o totale del vincolo alla non distribuzione degli utili, ma soprattutto le risorse economiche rispetto al quale viene calcolato, ad esempio sugli aggregati (utili correnti oppure patrimonio) e per gli apportatori di capitale (con o senza potere nella gestione delle organizzazioni). Le legislazioni nazionali hanno fatto scelte avverse ed è sempre più evidente il bisogno di una riflessione approfondita che superi differenze di interpretazione e ambiguità.

7. Il ruolo della finanza e degli strumenti di sostegno. In molte sedi di policy lo sviluppo dell’impresa sociale viene sempre più ricollegato alle strategie e ai prodotti di una finanza sempre più attenta all’impatto sociale. Si tratta certamente di una risorsa, solo in parte nuova, che può svolgere un ruolo importante. Ma non è certo né l’unica né probabilmente la più importante. Infatti è necessario osservare come l’impresa sociale abbia già in molti casi risolto il problema del finanziamento delle attività sia attraverso il consolidamento patrimoniale (grazie anche al vincolo di distribuzione di utili) che ricorrendo al credito ordinario. E’ quindi necessario accompagnare queste imprese e gli enti che intendono finanziarle ad un utilizzo mirato delle risorse evitando le derive di finanziarizzazione che hanno caratterizzato, anche in epoca recente, altri settori dell’economia. Questo obiettivo può essere realizzato favorendo anche una maggiore segmentazione del mercato e degli attori finanziari, mixando finanza di rischio e finanza più orientata alla gestione, favorendo così sia lo startup di nuove imprese sociali che il consolidamento di quelle esistenti. Inoltre va ricordato che lo sviluppo e il consolidamento dell’impresa sociale va perseguito attraverso un sistema di sostegni diversificati quali: forme di accompagnamento, modalità di rapporto con gli enti pubblici più coerenti con la natura di queste imprese, un’applicazione efficace delle nuove normative europee sulla concorrenza etc.

8.Valutare l’impatto sociale. Metriche e indicatori sul valore sociale effettivamente creato dalle imprese sociali rappresenta un altro argomento di grande interesse soprattutto tra coloro che gestiscono queste imprese e presso tutti quei soggetti che, a vario titolo, ne sostengono operatività e sviluppo. L’enfasi è molto focalizzata soprattutto su indicatori legati alla qualità della produzione, misurandoli ex post presso le diverse platee di beneficiari. Un approccio certamente rilevante per favorire il confronto e l’apprendimento tra diversi modelli di servizio, in una fase in cui si moltiplicano i soggetti interessati ad operare in questo campo (con la veste di impresa sociale o in altra forma). D’altro canto emergono anche difficoltà in sede di definizione di indicatori che misurano performance caratterizzate da notevoli margini di incertezza e ambivalenza, considerando le peculiarità dei beni e dei servizi prodotti, con il rischio che la definizione di standard troppo vincolanti rappresenti un limite all’innovazione e standard troppo dettagliati impediscano, di fatto, una valutazione di sistema. Inoltre si tendono a sottovalutare metriche legate ai sistemi organizzativi e agli assetti di governance che possono contribuire, anch’essi, ad una misurazione ex ante della qualità del valore sociale prodotto.

commenti
09/06/2014 08:45 Marco Ratti
Ho tre commenti personali. Sul punto 4, rafforzerei il concetto di indipendenza fra impresa e innovazione sociale, p.es. aggiungendo dopo "domanda insoddisfatta" una frase del tipo "anzi, la scalabilita' potenziale e' una caratteristica desiderabile dell'innovazione sociale". Sul punto 7, credo che la formulazione sia troppo decisa. Non e' necessario che la finanza sociale sia la componente piu' importante perche' sia un legittimo obiettivo di policy. E' sufficiente che sia importante per alcuni segmenti, e/o piu' manovrabile di altre componenti. In ogni caso, se c'e' qualcosa di piu' importante e azionabile, bisognerebbe dire cos'e'. Inoltre il termine "segmentazione" mi sembra prefiguri una microspecializzazione che non e' necessariamente desiderabile. Io direi "diversificazione". Sul punto 8, francamente io non vedo molto rischio di standard troppo vincolanti. Vedo invece il rischio opposto dell'immobilismo e della paura del cambiamento. La domanda e', come puo' la ricerca aiutare in questo processo? (P.es. chiarendo una lista di base di impatti da considerare "sociali": wellbeing, governance, impatti economici (ma quali?), etc. Se il documento non fa proposte in questo senso, rischia di ridursi alla proposizione di un problema che per ora resta irrisolto, o solo risolubile tramite pressioni di gruppi di interesse. Grazie, rats
09/06/2014 08:59 Andrea Bernardoni
Con riferimento alle linee guida per la riforma del Terzo Settore in cui "far decollare davvero l'impresa sociale" rappresenta uno dei campi di azione credo che nel documento potrebbe essere inserito un punto specifico sul riordino della normativa dell'impresa sociale. Dal colloquio, penso in particolar modo alla relazione di di Luca Bagnoli, è emerso come una parte significativa delle imprese sociali iscritte nella sezione speciale presso le Camere di Commercio, non ha depositato il bilancio civilistico nel triennio 2010-2012 e che più del 50% delle IS non hanno depositato il bilancio sociale. Partendo da questo osservazioni, credo che in un percorso di riordino della 155/2006 insieme a misure di promozione dell'IS come ad esempio: - l'ampliamento dei campi di azione; - l'ampliamento delle categorie di soggetti svantaggiati; - l'introduzione di premialità fiscali per le imprese sociali; - la promozione del Fondo per le IS Debba prevedere anche: a. l'introduzione di forme più stringenti di controlli, ad esempio introducendo per le imprese sociali uno schema di controllo analogo a quello della revisione delle cooperative sociale, da utilizzare per verificare il rispetto dei requisiti previsti dalla legge per assumere la qualifica di IS. Tali controlli sono tanto più necessari se si introducono delle premialità fiscali per le IS. b. l'introduzione di vincoli più stringenti per quanto riguarda la devoluzione del patrimonio in caso di cessazione dell'impresa. In questi casi credo che il patrimonio residuo debba essere destinato a finanziare un fondo per la promozione delle IS e non devoluto ad altra organizzazione non profit. A presto. Andrea