Impresa sociale: perché non piace?
4 commenti 1 Marzo 2012

Perché al non profit italiano la nuova legge sull’impresa sociale non piace? E’ una domanda scomoda ma che è necessario porsi guardando ai numeri. Sono infatti solo 360 le organizzazioni che hanno fin qui assunto il nuovo marchio giuridico. E pur ipotizzando che altrettante siano disperse nei registri camerali la questione rimane. A sette anni dall’approvazione della legge e a tre dall’emanazione degli ultimi decreti attuativi l’impatto della disciplina appare deludente. Non è un vero e proprio fallimento perché comunque una sparuta popolazione d’imprese sociali esiste e soprattutto perché se la si guarda con lenti qualitative si trovano casi interessanti. Ecco le ultime startup in ordine di tempo: l’Accademia del Sacro che organizza a Taormina laboratori di restauro. E Altri Valori, un’associazione di promozione sociale che in forma d’impresa sociale ricicla creativamente materiali usati anche con finalità di integrazione al lavoro. Rimane il fatto che la legge non funziona, per cui anche i soggetti potenzialmente più interessati ad applicarla (organizzazioni non profit di carattere produttivo) mantengono un certo scetticismo. Molti osservatori risolvono sbrigativamente la questione evocando, quasi come un mantra, l’assenza di incentivi. Ma una recente indagine di Iris Network che verrà pubblicata nella nuova edizione del Rapporto sull’impresa sociale evidenzia che gli incentivi non rappresentano il problema principale. Esistono infatti motivazioni più profonde legate a quella che si potrebbe definire l’impostazione culturale della norma. Per molte non profit, infatti, si tratta di un provvedimento utile a marcare soprattutto la dimensione sociale più che quella spiccatamente imprenditoriale. Ma se la legge viene valutata solo da questo punto di vista, allora è normale che venga scarsamente considerata da soggetti che sul versante sociale sono già ben identificati. A conferma di questa lettura c’è, al contrario, un relativo maggiore interesse da parte di imprese lucrative che, per ragioni diverse, vogliono caratterizzare in senso sociale il loro progetto. In definitiva la legge ha comunque aperto un nuovo percorso di imprenditorialità sociale. Finora poco battuto, ma proprio per questo dovrebbe essere oggetto di maggiore attenzione proprio da parte di coloro che della socialità hanno fatto la loro missione. Ma per questo serve una visione non riduzionista del provvedimento. Una visione ampia, da leader.

commenti
02/03/2012 11:48 Alberto Masetti-Zannini
Cari amici di IRIS Network Concordo con la vostra analisi. Al di la' di alcuni casi estremamente interessanti, resta un dato di fatto: la legge sull'impresa sociale non piace, e la prova e' nei numeri che date. Le ragioni sono molteplici, ma ritengo che uno dei principali sia l'incapacita' di catturare in questa forma giuridica un nuovo vento di cambiamento, che sta soffiando potentemente in Italia come in molti paesi esteri, e che sta ponendo il concetto d'imprenditoria sociale al centro di molti dibattiti pubblici e privati. I veri imprenditori sociali non vogliono essere imbrigliati da una legge soffocante: vogliono poter operare con la stessa liberta' di cui godono gli imprenditori tradizionali. Vogliono attrarre le risorse, il talento e la creativita' che esistono in Italia come altrove per poter competere sul mercato ad armi pari, e vincere non facendo leva sul buonismo, ma perche' i loro servizi e prodotti sono migliori di quelli dei loro rivali e perche' al cuore del loro business model c'e' una missione sociale che viene riconosciuta e apprezzata dal mercato. Dalle B Corporations statunitensi, alle Community Interest Companies in Gran Bretagna, i legislatori esteri stanno cominciando a cogliere questo vento di cambiamento sia nel mondo profit che nel mondo non-profit, creando un modello ibrido altamente attraente. La narrativa sulla 'social entrepreneurship' in questi paesi e' potente, forse troppo data la fragilita' che ancora domina questo 'quarto settore'. Ma quello che conta e' che si sta sperimentando con modelli altamente ibridi che riescono a sposare finalita' economica e impatto sociale. Questo e' quello che vogliono gli imprenditori sociali che sono parte della nostra rete, a Sao Paulo come a Mumbai, a Stoccolma come a Milano. Sono persone motivate dall'obiettivo di risolvere problemi di natura sociale o ambientale, ma che stanno cercando modelli di business sostenibili per farlo, e non vogliono che le leggi vigenti limitino il loro campo d'azione o la loro abilita' di muoversi sul mercato. Ci auspichiamo che, grazie anche al vostro eccellente lavoro, il dibattito giuridico in Italia sull'impresa sociale si sposti verso una posizione piu' aperta e che riconosca le diverse esigenze di chi opera nel nostro settore. Alberto
05/03/2012 09:05 vito intino
Sono convinto che è ancora non corretto l'approccio alla legge sull'impresa sociale. Ricondurre l'utilià della legge solo alla agevolazioni fiscali mi sembra riduttivo, la premessa è di carattere prima culturale, economica e giuridica. Bisogna accettare che esistono imprese che non hanno fini speculativi e imprenditori che non pensano a remunerare il rischio d'impresa, ma solo realizzare scopi di intereese collettivo, dove lo scamio di equivalenti è rappresentato dalle relazioni umane.
09/03/2012 15:56 Camus e l’impresa sociale | IRIS Network
[...] in senso quantitativo e per differenziazione dei modelli. Gli interessanti commenti al nostro post dedicato al fallimento della legge sull’impresa sociale denotano che il vero problema di [...]
09/03/2012 15:57 Flaviano Zandonai
Grazie ad entrambe per i vostri commenti. Davvero molto stimolanti. Tanto che abbiamo cercato di rilanciarne i contenuti in un nuovo post, un pò cervellotico invero, dove proviamo ad alimentare ulteriormente un dibattito che come ben sottolineate è cruciale per il futuro dell'impresa sociale.